Monica Melotti
da "Voglia di Gioia"

Intervista a Krizia

Il debutto ufficiale di Mariuccia Mandelli, in arte Krizia, avviene nel 1957 a Torino dove il suo stile duttile incontra il favore dei compratori. Da allora è stata una continua conferma del suo talento e delle sue capacità fino a portarla ad esporre le sue prestigiose creazioni nei musei di tutto il mondo. Ma il tempo di deporre la matita non è ancora arrivato. Krizia ha ancora molto da dare come ci racconta in questa intervista.

Cinquant’anni di cammino nel segno della moda: qual è il suo messaggio? Che significato acquisirà l’abito nel futuro?
«Il messaggio che con Krizia ho voluto lanciare alle donne di tutto il mondo in questo mezzo secolo di moda è rimasto sempre coerente con se stesso, una cifra stilistica inconfondibile e, a quanto mi dicono, anche intramontabile: perché è una moda duttile, che si adegua al quotidiano e alla cultura in evoluzione, perché incoraggia le donne ad essere attive, dinamiche, aggiornate, sempre al passo coi tempi e con quanto accade intorno a loro, cercando un’eleganza fatta anche di sense of humour e di autoironia. Ma soprattutto incoraggia ogni donna a essere se stessa e dunque prima di tutto a conoscersi bene per potersi poi riconoscere almeno in parte in una del ricco ventaglio di proposte che ho sempre esposto e tuttora espongo in ogni collezione. Perché ci sono tanti modi per essere alla moda e tanti modi per rinnovarsi pur restando fedeli a se stesse. Non ho mai pensato alla moda in riferimento all’età. Indosso quello che mi piace, quello che mi sta bene, quello in cui mi sento bene, senza alcun rapporto con quello che le giornaliste dichiarano essere più o meno di moda. Basta che una cosa mi diverta, che mi interessi in quel momento: lo faccio oggi come ho sempre fatto. Anche in futuro, io credo, l’abito continuerà ad essere il modo più immediato e più vicino alla nostra pelle che abbiamo a disposizione per esprimerci, per presentarci al mondo, per parlare di noi stessi, per far conoscere le nostre scelte, la nostra appartenenza o la nostra simpatia per un gruppo, un’etnia, una categoria, un modo di essere, di vivere, di pensare.
E questa valenza espressiva della moda trascende ogni necessità pratica dell’indumento, che pure resta sottintesa: l’abito come strumento per coprirsi, per difendersi dagli sguardi e dagli agenti atmosferici potrà anche scomparire una volta che avremo superato, in futuro, forse ogni senso del pudore, ogni imbarazzo, ogni caduta dell’autostima (avendo ormai tutti conquistato dei corpi perfetti e capaci di conservarsi tali nel tempo) e quando vivremo in un’atmosfera perennemente condizionata. Ma non rinunceremo mai ad esprimerci e a rinnovarci attraverso il gioco della moda. Non ho la sfera di cristallo per poter leggere nel futuro: ma mi sembra di poter dire, se conosco qualcosa del mio prossimo, che sarà così».

Da tanti anni i desideri collettivi si studiano al tavolino, rispettando le logiche utilitaristiche del business. La moda è ancora invenzione pura?
La moda in generale, e in particolare il prêt-à-porter, non è mai stata invenzione pura, come tutte le espressioni che subiscono il condizionamento di necessità pratiche da soddisfare: come l’architettura o il design, per esempio, che devono fare i conti con spazi, funzioni, costi, materiali, tecniche costruttive o produttive, così anche la moda deve fare i conti con producibilità in serie, portabilità, costi, durata, praticità, facilità di manutenzione e altro ancora. Questo non toglie che la creatività resta tuttora la componente più importante del prodotto moda.
Devo dire che io non mi sono mai messa a tavolino con i rappresentanti dell’ufficio marketing a studiare piani di produzione a lungo o a breve termine. Mi sembra un’offesa alla libertà del gusto, alla creatività, all’invenzione. La programmazione aziendale è una bella cosa, la moda è un’altra, io agisco per istinto: mi piacciono certe cose, faccio quello che mi piace, spero di trovare molte persone a cui piacciano le stesse cose che piacciono a me. Finora ho sempre fatto così, e forse sbaglio, ma non riuscirei a fare altrimenti ».

Una carriera costellata da premi importanti, esposizioni nei più prestigiosi musei del mondo, una poliedricità nello spaziare con successo dalla moda alla musica, dalle nuove tecnologie all’imprenditorialità turistica. Traguardi come questi comportano sempre un bilancio: com’è il suo?
Un bilancio attivo, se posso affermarlo senza apparire presuntuosa: e sono confortata in questo anche dai tanti premi ricevuti, che mi hanno dato la gioia di veder riconosciuto il valore del mio lavoro, delle mie fatiche, della mia costanza, della passione che ho messo in tanti anni di attività. Però non so come dire: li ricevo con gioia, ma poi me ne dimentico. Per esempio: mi hanno fatto commendatore, ma non ne ho mai ricevuto né portato l’insegna di onorificenza. Anni dopo mi hanno detto che la si deve acquistare: ma non saprei dove, perciò me ne sono sempre dimenticata.
I premi sono stati davvero tanti, più di una ventina, ma qui vorrei citare solo i primi, che essendo tali mi riempirono di orgoglio e i più recenti, perché più di attualità. Il primo fu il premio Critica della Moda, ricevuto a Firenze nel 1964 per una collezione semplicissima, tutta in bianco e nero. Era la prima volta che sfilavo a Palazzo Pitti, e il fatto che un premio così ambito fosse andato a una debuttante suscitò un tale scandalo che alla successiva edizione fu addirittura abolito.
Poi nel ’69 fu la volta del premio “I magnifici sette”, e così continuarono a chiamarci per un bel po’ di tempo. E nel ’72 ricevetti il Tiberio d’oro a Capri per i miei pantaloncini cortissimi, con cui avevo anticipato la moda degli hot-pants, che di lì a poco doveva diffondersi sino ad arrivare persino ai grandi magazzini. Di premi, ne seguirono molti altri in tutto il mondo, anche a Tokyo e a New York, sino a quello che ho ricevuto tre anni fa da Walter Veltroni per il grande contributo dato da Krizia allo sviluppo del Made in Italy.
Ultima in ordine di tempo, ricevuta il 14 marzo, l’ onorificenza “Paul Harris” alla carriera, assegnatami dal Rotary di Bergamo Nord al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea della città. Mi ha fatto particolarmente piacere perché si tratta, come mi hanno spiegato, di un premio destinato a persone benemerite che si siano distinte, nella loro attività, per valori non solo imprenditoriali ma anche sociali, etici ed umanitari. E hanno ravvisato tutto questo sia nel modo in cui ho sempre svolto il mio lavoro sia nella più che ventennale attività dello spazio Krizia, che, fra i più che 150 eventi ospitati - mostre, concerti, incontri con artisti e scrittori, confronti con culture diverse - ne annovera anche molti improntati ad azioni di solidarietà.
Ho sempre pensato che tra i doveri di una moderna impresa c’è anche quello di fare cultura: e in questo sono in buona compagnia, perché ho scoperto, ma solo recentemente, che le più aggiornate teorie degli studiosi di economia aziendale di fama internazionale, sono, su questo tema, sulla mia stessa lunghezza d’onda. Solo che io l’ho sempre fatto istintivamente, senza ragionare troppo. Sentivo che era giusto così, e l’ho fatto, e oggi sono contenta d’averlo fatto. In tema di bilanci, sono state un po’ tali anche le mostre che ho voluto organizzare dopo i miei 40 anni di attività, e che tanto successo hanno riscosso nelle loro diverse edizioni: “Krizia. Una storia”, alla Triennale di Milano nel 1995 e poi “Krizia” alla Grey Art Gallery di New York nel 1999, e “Krizia Moving Shapes”, a Tokyo, al Museo d’Arte contemporanea, nel 2001. Io raramente mi guardo indietro per fare bilanci, preferisco guardare sempre avanti. Ma in quei casi mi sono costretta a rileggere molta parte del mio lavoro e ho visto con piacere che reggeva ancora bene dopo tanti anni e che il pubblico l’osservava con interesse. 

Storicamente chi sono i suoi punti di riferimento?
Chanel, ma anche Fontana; Tatlin, ma anche Virginia Woolf; Malevich e Schlemmer, ma anche Burri e Magritte…i miei punti di riferimento sono tanti, non sono punti cardinali, ma intere costellazioni-guida: sono l’arte contemporanea, l’architettura, la scultura, il cinema, la letteratura,e soprattutto la vita stessa… Si rinnovano continuamente, cambiano di valore e direzione, come i miei interessi, i miei incontri, le mie passioni culturali…Guai a fermarti, a fossilizzarti, soprattutto nel mio lavoro sarebbe pericolosissimo. La moda, come la vita, deve essere in continuo movimento.

Una passione incontenibile, un entusiasmo inarrestabile, sono le leve che l’hanno spinta nel corso della sua vita. A volte pensa che in futuro potrà trovare un erede per la maison? Non un’altra Krizia, forse sarebbe impossibile, ma un suo epigono.
Lo cerco da tanto tempo, spero anche di averlo trovato, come da tempo ho trovato un gruppo di giovani assistenti che ho cresciuto e che lavorano molto bene al mio fianco, e mi danno un aiuto sostanziale. Ma se guardiamo anche a quello che è successo agli altri nell’ultimo secolo: chi ha trovato davvero un erede capace di portare avanti lo stile di una Maison? Resta il nome: ma il contenuto cambia. Chanel e Dior si rivolterebbero nella tomba se potessero vedere quello che viene fatto col loro nome.
Io poi sono sempre stata una cicala, lontana da programmi e pianificazioni. Agisco d’istinto, credo nell’ improvvisazione, sia pure costruita con intelligenza, creatività, responsabilità.
Se chi accetta di lavorare per Krizia è davvero un creativo, finirà per lavorare per sé, non si adatterà a seguire le mie tracce. I veri creativi hanno una loro personalità che finisce col prevalere. E poi i tempi cambiano. Insomma: si vedrà.

Lei è amante della Sardegna, non quella chiassosa, ma un rifugio di rocce aspre e spazi aperti, dove ancora si vivono gli odori, il mare e la cultura. Qual è il suo concetto di vacanza? E gli over 60 dove possono trovare il piacere della fuga e della contemplazione?
Silenzio; amici veri accanto, ma con loro perfetta indipendenza; libertà di poltrire tutto il giorno. Ma soprattutto silenzio. Il silenzio per me è la vera musica, rotto soltanto dallo sciabordio del mare, dal canto degli uccelli, dal fruscio delle fronde degli alberi al vento.
Un libro in mano, e tanta pace.
Nei nostri primi anni di convivenza, mio marito Aldo si stupiva: “Se non ti conoscessi bene anche sul lavoro, dove so come ti muovi, quando ti vedo in vacanza ti scambierei per un’odalisca in un harem, o una lucertola al sole: sei capace di restare immobile per giornate intere”, diceva.
A me non par vero di potermi crogiolare nella pace assoluta: che si raggiunge solo a casa propria. Qualche volta vado anche a riposare in qualche Centro Benessere, da Chenot a Merano oppure in Francia a Quiberon. Luoghi ottimi e raccomandabili per rimettersi in forma. Ma la vera vacanza è un’altra cosa.