Monica Melotti
da "Voglia di Gioia"

Intervista a Piero Ottone

Una vecchiaia invidiabile, quella di cui parla Piero Ottone, giornalista che ha diretto Il Secolo XIX e il Corriere della Sera e che ora, a 81 anni, ha ritrovato una sorta di deliziosa serenità tanto da dedicare all’argomento un libro, Memorie di un vecchio felice. Elogio della tarda età. Una vecchiaia non rassegnata, ma pacificata, non gelosa della gioventù, ma intenerita, capace di ripercorrere i ricordi come scene di uno spettacolo emozionante. Cerchiamo di capire il segreto della sua visione inedita e controcorrente di questo periodo della vita.

Come mai ha deciso di dedicare un libro alla “tarda età”?
«La vecchiaia l’ho raggiunta e ho scoperto che è una bella stagione della vita, dell’essere umano. Una stagione che può anche essere lieta. Così ho pensato fosse un bene parlarne in un libro per essere di aiuto a qualche mio coetaneo poco convinto ed anche per aiutare i più giovani a comprendere i meccanismi della terza età. La persona anziana ha compiuto la sua esistenza e quindi deve considerare la vita come uno spettacolo a cui assistere. La recita è finita, si tratta solo di prenderne atto e di riguardarsela in modo sereno. Poi ci sono dei consigli pratici e concreti. Coltivare le proprie passioni, dedicarsi a delle attività ludiche, si può anche fare beneficenza, ma anche fare qualche cosa fine a se stessa, come per esempio, e lo dico in tono scherzoso, imparare il cinese. La terza età è come fosse un gioco divertente. In fondo tutte le attività umane sono ludiche anche quando non ce ne rendiamo conto»

Che cosa la rende un’età cosi piacevole?
«La Terza età è del tutto individuale e soggettiva: comincia quando uno ritiene che il proprio corso vitale sia concluso, nel senso che deve tirare i remi in barca. E’ il momento in cui ci si libera delle ansie, delle angosce per i progetti e gli obbiettivi, si raggiunge quasi una pace. Sono diverse le ragioni che la rendono piacevole, ma il più importante si può sintetizzare così: con la vecchiaia si accetta il mondo per quello che è senza smanie di cambiarlo. Non guardo ai giovani con invidia, ma con tenerezza. Devono fare fatica per ogni conquista, tra ambasce e incertezze. I vecchi possono osservare la vita come uno spettacolo ed è quello che ho fatto io. Ai tempi dell’università Adelchi Baratono, professore di filosofia estetica, un uomo alto, asciutto ed elegante, diceva che un’opera letteraria diventa arte quando tutto è definitivo, immutabile, perfetto. Anche il nostro passato quando lo contempliamo alla fine della giornata, è immutabile, ed è perfetto, nel senso che tutto combina, anche gli episodi più incongrui entrano nell’incastro. E non è necessario che lo spettacolo sia una commedia a lieto fine: la serenità arriva lo stesso anche se la vita è stata segnata da fallimenti e difficoltà».

Ma se nella vita ci sono stati episodi dolorosi, la serenità è ugualmente possibile?
«Certo. Mi rifaccio ancora all’immagine del teatro: gli antichi greci ci hanno insegnato il valore catartico della tragedia. Anche gli episodi più dolorosi e drammatici acquisiscono nobiltà e possono dare un senso di appagamento. Non fu dolorosa quella notte di ottobre del ’42 nella quale provai l’emozione, le pene del primo bombardamento aereo sulla mia città? Adesso nel ricordo l’episodio è solo interessante, il dolore è scomparso. Ebbene la vecchiaia porta a ciascuno di noi la serenità dello spettatore, lo spettacolo della nostra vita che si materializza davanti ai nostri occhi, che possiamo rivivere nell’immaginazione»

Cosa ci vuole per raggiungere questo meraviglioso equilibrio, quanto è importante la vicinanza dei propri cari?
«Ė richiesto un sano equilibrio: qualche bicchiere di vino, non una bottiglia. Un po’ di movimento, un po’ di esercizio, senza stancarsi troppo. Qualche viaggio evitando tuttavia di essere sempre con le valigie in mano, verso nuove destinazioni. Il benessere non è una condizione passiva, non viene da solo, bisogna costruirselo. La vita di relazione è importante. Ma vorrei dare un consiglio alle persone anziane: non aspettatevi niente in cambio. Questo è vero anche nell’ambito della famiglia.
Si dà quello che si può dare, se si riceve qualcosa in cambio non dispiace, ma il rapporto deve essere fondato sulla generosità, non un rapporto di “do ut des”. Questo vale anche per i consigli: se una persona li richiede l’anziano li elargisce, ma non si aspetti che il consiglio sia accolto e attuato. A dire il vero i consigli non vengono mai seguiti e poi sarebbe sbagliato il voler imporre le proprie idee per contribuire a determinare la vita altrui. Ciascuno la sua vita se la deve fare da solo e il vecchio in buon ordine è meglio che si metta a braccia conserte e aspetti di vedere quel che succede. Con gli anni aumenta la sensibilità verso le persone. E’ più facile capire grazie all’esperienza, il comportamento di coloro con cui abbiamo a che fare. E’ più frequente intenerirsi per le loro vicende, per i loro affanni. Ci si rende conto, col passare del tempo, che gli essere umani, piuttosto che malvagi, sono soltanto fragili, e spesso infelici. E capita di sentire verso di loro, compassione piuttosto che rabbia»

Come vive i suoi ricordi di un passato così importante, quali sono quelli più vivi?
«Dipende dalle circostanze, dai momenti, mi possono venire in mente alcuni episodi.
In fondo riandare con la mente a qualsiasi periodo della mia vita è una attività che mi piace, se non ho altro da fare. Lasciamo da parte la vita familiare. Gli anni da direttore sono stati fra i più intensi, per la semplice ragione che ho avuto l’opportunità di impiegare le mie qualità al massimo. In tutte le situazioni in cui mi sono impegnato totalmente, ho raggiunto una condizione di benessere: è la stessa sensazione che provo andando in barca, specie con il cattivo tempo, quando è richiesta la massima attenzione per governarla e non perdere il controllo»

Come trascorre le sue giornate, il tempo libero?
«Ho la fortuna di fare il giornalista, lo puoi fare a tempo pieno e a metà tempo, non come altre attività: o sei dentro o sei fuori. Io posso continuare a fare il giornalista a ritmo rallentato. Nel mondo dei giornali, quello che ho più frequentato, ho visto direttori saldamente insediati, e riluttanti ad andarsene nonostante il passar degli anni. Penso a Giulio De Benedetti, a Guglielmo Emanuel, a Mario Missiroli, a Umberto Cavassa. Fra gli uomini di banca Enrico Cuccia è rimasto arroccato al suo posto fino alla morte, che l’ha colpito quando aveva più di novant’anni. Ricordo ancora quando gli dicevo La trovo bene e lui rispondeva un po’ piccato, Si aspettava forse di vedermi disteso nella bara?. Per quanto riguarda il mio tempo libero mi piace fare le cose che ho sempre fatto volentieri, come andare in barca a vela, fare dei viaggi, mi piace anche guidare l’automobile. Da vecchio ciascuno deve scegliere l’attività che più gli è congeniale e poco importa l’attività scelta, se manuale o dell’ intelletto. Essa deve avere due requisiti essenziali: deve essere impegnativa, impegnare in un modo serio le nostre capacità, però senza superarle. I due requisiti sono molto importanti. Un’attività che svolgiamo in modo distratto, nei ritagli di tempo, non serve a nulla. Ma anche la conoscenza dei propri limiti è essenziale. E’ stato poco saggio un mio amico che a sessant’anni ha deciso di imparare a suonare il violino: l’impresa è impossibile e il fallimento ferisce.»

Ma un “vecchio” può essere sereno anche se ammalato?
«Nel mio libro parlo di felicità, anche se è una parola un po’ impegnativa. Molte persone mi dicono parli di felicità perché se in buona salute e non devi combattere con la malattia. Allora io rispondo che le malattie possono venire a tutte le età e non soltanto da vecchi, e quando colpiscono i giovani sono devastanti. Si immagini un giovane che si ammala: come è doloroso perdere tempo a trenta anni, ma a 80 anni e tutta un’altra cosa, hai ancora pochi anni di vita, la tua recita sta per finire. La malattia da vecchio ha una grossa consolazione, hanno un decorso più lento. Talvolta i medici intelligenti sconsigliano di intervenire in modo drastico, per esempio con un intervento chirurgico, perché un semplice calcolo della life expectancy fa supporre che il malato morirà per cause naturali prima che la malattia di cui soffre abbia compiuto il suo decorso. L a morte come terapia? Qualcuno troverà il concetto un po’ ardito, ma bisogna pur ammettere che prima o dopo si sarà comunque costretti a morire: la morte è inevitabile. anzi ha un aspetto positivo per il fatto che per mal che vada non durerà molto. La vecchiaia è una sorta di preparazione alla dipartita finale»